Si ragionava in redazione, quel lunedì 27 giugno nell’anno spiazzante del Brexit, sul lancio di Insigne al novantesimo di Italia Spagna: un rovescio balistico, governato dall’intrepido Darmian, diventato gol per la zampata di chioma scolpita Pellè. Si ragionava, a vittoria nel sacco, che, come diceva Bud Spencer in Lo chiamavano Bulldozer, «La forza di una squadra si misura da come canta». Gli italiani l’inno mamelico non lo avevano cantato, ma urlato, «siam pronti alla morte, l’Italia chiamò». Non si è ragionato più, staccata la tensione per l’impresa azzurra, quando, consultando distrattamente la rete, venivi a sapere della fine di Bud Spencer o del suo “nuovo inizio” per chi crede negli angeli. Non si è ragionato più, dopo aver controllato che non si trattasse dell’ennesima bufala del web, perché non siam pronti alla morte. Mai. Soprattutto a quella di un amico immaginario, frequentato una vita senza mai conoscerlo, sfiorato per caso anni fa a Napoli in una giornata tramortita dal vento, amato attraverso i racconti dei produttori Alessandro e Andrea Cannavale, figli dello straordinario Enzo, che fu il brigadiere Caputo nel mitologico ciclo di Piedone. Amico immaginario, sì, che sogni di avere quando c’è da regolare un conto e, a corto di coraggio, strizzi gli occhi così forte perché speri che appaia quel Garrone che mena, quel Mangiafuoco con gli occhi placidi, quel Platone dalla pancia a carro armato e dal cazzotto a martello che stende la prevaricazione, accorcia il male, riduce a polpette la spocchia del boss.

Noi del ’74, nati sotto il segno della dune buggy rossa con cappottina gialla, l’auto giocattolo di Ben e Kid in …Altrimenti ci arrabbiamo, avevamo, e continueremo ad avere, tra gli amici immaginari l’uomo col nome di una birra e il suo compare di botte, per noi eterno Trinità e mai Don Matteo: Bud Spencer & Terence Hill, ovvero il brand del pugno giusto, del porgi l’altra guancia, della vendetta con sberleffo, della dieta umiliata in un pub da sfide a birra e salsicce o in un saloon a colpi di fagiolate, del bene contro il male senza sovrastrutture, della risata popolare che lenisce, della vittoria possibile anche per vite precarie e venditori di banane. Non si ragiona più quando la mano fatale rovista nella borsa di bambino, per giunta a tradimento dopo il partitone della Nazionale vissuto con il consueto rito fantozziano seppur senza frittatona di cipolle, e rovista non per giocare, ma per privarti di un’altra magia, per sottrarti dal groviglio di figurine, biglie, lettere mai spedite, voci di cortili assolati, pastelli, album completati e corse tra le spighe, un altro amuleto dell’infanzia. Non puoi spiegare a chi è di un altro tempo cosa volesse dire andare, di sabato pomeriggio, al cinema Empire o all’Arlecchino, a inneggiare per i nostri bad boys, insieme a uno zio, ormai lontano come quegli aerei che strisciano i cieli d’agosto, o con un amico che preferiva, nell’intervallo, il cornetto Algida al treno sciolto delle bomboniere. Non puoi spiegare l’attesa per la rissa risolutiva, il gancio di Bud e le schivate di Terence, i tonfi degli stuntmen, il fragore dei ceffoni, la caduta di un lampadario, il rumore del calcio volante, il finale pop su colonne sonore che animavano il cuore. Bud Spencer & Terence Hill, altro che Starsky & Hutch o Tango & Cash. Eroi in patria e nel mondo, sia in modalità “ditta” che da solisti. Nel 2004, al Festival di Berlino con Ermanno Olmi per il film Cantando dietro ai paraventi, Bud racconta che ad aspettarlo all’aeroporto «c’erano ottomila persone. Per Nicole Kidman e Jack Nicholson, duecento». Il Time, nel 1999, giorni dopo l’Oscar di Benigni per La vita è bella, stila una classifica degli “attori italiani più celebri al mondo”. Bud, primo; Terence, secondo.

Sulle vite di Bud, poi, c’è da starci una vita. «Ha fatto di tutto e in tutto ha avuto successo», sentenziò Roberto Gervaso. Non lo chiamavano più Carlo Pedersoli da quando sposò il set. Nacque a Santa Lucia nel ‘29 a un schiaffo dal mare dei miti. Lasciò Napoli a undici anni, ma le onde gli sbattevano dentro. Nessuna meraviglia quindi se fu nuotatore pluripremiato, primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero, tre volte olimpionico, pallanuotista scudettato. Recordman di iscrizioni all’Università (Chimica, Giurisprudenza e Sociologia), non si prese mai una laura, perché a volte il pezzo di carta non s’addice ai talenti. Folgorato dal demone di de Saint-Exupéry, completò stupendamente gli studi del cielo divenendo, in un’altra vita, pilota di elicotteri e aerei. In un’altra ancora lanciò una linea di jeans e in altre viaggiò, scrisse canzoni per la Vanoni e Fidenco, pubblicò libri, non tradendo mai il pensiero di Cartesio e le tentazioni del desco. «Mangio, dunque sono – sosteneva – perché non solo siamo quello che mangiamo, ma se non mangiamo non siamo e non pensiamo». Collezionò premi, tifò Napoli e Lazio, fu orgogliosamente di destra, parlava sei lingue, più l’adorato napoletano. Disse no a Fellini perché nel Satyricon nella parte di Trimalcione, doveva comparire con le chiappe di fuori. In un’altra vita ancora finì nel numero 3011 di Topolino. Fu piedipiatti, ladro di cavalli, superfantagenio, Bomber, pistolero mancino, Banana Joe e tanti piedoni ancora. Fu cult dalla nascita, ma ne venne a conoscenza solo nel ‘67 in Dio perdona…io no!, primo spaghetti western girato in coppia con Hill. Memorabile rimane la sua partecipazione al “coro dei pompieri” in …Altrimenti ci arrabbiamo, momento topico della narrativa cantata della commedia all’italiana come il “vaffanzum” di Amici miei. Scrisse con gli Oliver Onions El indio Chaparral, canzone schitarrata in Lo chiamavano Bulldozer per amalgamare una squadra sgangherata di esclusi e che, di tanto in tanto, pesco dalla borsa in fondo al tempo, nel tentativo di recuperare un obolo d’infanzia. Avevo un amico immaginario nato con la camicia, che amava stare tra gli ippopotami e inventò l’invincibile cazzotto a martello. E questo basta per non ragionare più.

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Crede di essere raccomandato dalle idee: capita ogni tanto che ci credano anche gli altri. Giornalista per vocazione ed editore per invocazione, non riesce a levarsi il vizio del sorriso. Assediato da seccatori e stucchevoli scrittori, avrebbe bisogno di una segretaria, possibilmente equilibrata e con un epico lato b, ma non è ancora pronto per questa decisiva prova di maturità. Con sé ha sempre un anello ricavato dal nocciolo di una pesca. È considerato un soggetto pericoloso perché continua a scrivere poesie. Quando s’incazza è solito dire: «Io, sulle mie cose non faccio testo».

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