Non sono stata a Sanremo, ma a Bagdad

Festival blindato, artisti invisibili e città esageratamente sotto controllo

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Sono reduce della settantesima edizione del Festival di Sanremo, quella dei record degli ultimi 25 anni. Record di ascolti, di durata per puntata, di colpi di scena sul finale con Bugo che abbandona il palco nel mezzo della follia di Morgan. Il festival che non scontenta nessuno perché ha vinto Diodato, che era già favorito, seguito da Francesco Gabbani, che non sbaglia una canzone e piace a tutti, e dai Pinguini Tattici Nucleari che sono stati la rivelazione più fresca e ironica di quest’anno. Ma tutto questo lo sapete, l’avete visto in tv e ve lo stanno raccontando tutti.

Io, invece, voglio raccontarvi un altro festival, quello che non conoscete a meno che non siate state lì. Il festival che ho vissuto nella parte di città che circonda il teatro Ariston e per il quale “reduce” è il vocabolo che ritengo più appropriato perché, credetemi, non sono stata a Sanremo, sono stata a Bagdad. Sarà pure il momento storico per cui le precauzioni di sicurezza non sono mai troppe, data la rilevanza mondiale dell’evento ma non ho mai visto tante forze dell’ordine tutte insieme. Non è certo come lo ricordavo quando ci sono stata ben diciassette anni fa, quando ad ogni passo, ad ogni angolo non ci trovavi uomini in divisa a perquisirti ma vip “in libertà” che facevano su e giù per le vie di Corso Matteotti. Avete letto bene, perquisiti! Dal Casinò al Palafiori, percorso che racchiude l’Ariston e Piazza Colombo, ad ogni manciata di metri c’erano varchi piantonati da uomini “Security” che ci perquisivano tutti, indistintamente, anziani, adulti, bambini e disabili ad ogni passaggio, andata e ritorno. Ci passavano da testa a piedi col metaldetector, ci aprivano borse, buste e controllavano le tasche, ci facevano lasciare oggetti. Ora metti che siamo a Sanremo, quindi passato lo sconcerto del primo giorno ti rassegni, ti metti in fila e ti fai pure una risata e tante chiacchiere con i tuoi compagni occasionali di percorso. In un qualsiasi altro contesto, però, a pensarci la situazione sarebbe a dir poco inquietante. Di chiacchierate me ne sono fatte tante riscontrando due visioni differenti. La gente del posto non è certo contenta di questa settimana che va disturbare la quiete di una città tranquilla e a misura d’uomo, cosa che devo dire non pensavo. Al contrario, la sopporta, neanche troppo, e aspetta che passi. Ho sentito persone imprecare spazientite e inveire contro il festival. Mentre noi “stranieri” eravamo come Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi, perché al di là tutto questo il bello e il buono ovviamente c’è, e ci adattavamo meglio agli spostamenti negli ingorghi delle interminabili file. Nel mio precedente articolo su Sanremo ho sottolineato quanto poco sud ci fosse tra i cantanti in gara e ora, che tiro le conclusioni sull’evento più importante e popolare del nostro Paese mi dispiace ancora di più perché invece le persone del sud Italia che sono accorse anche semplicemente per stazionare ore dietro le transenne delle passerelle erano migliaia.

Artisti e personaggi noti non solo non erano in giro ma quei pochi intravisti sembravano letteralmente deportati, scortati quasi di corsa da almeno tre o quattro persone che li traghettavano da un posto all’altro per le interviste, per le prove o semplicemente per rientrare nei loro hotel. Avanti ad ognuno di questi, stuoli di ragazzi assiepati in attesa di vedere passare i loro idoli. Elettra Lamborghini e Achille Lauro i più acclamati e per questo ci vorrà poi un articolo a parte. C’è chi dell’enorme Luna Park di Sanremo è un habituè e assicura che mai prima d’ora c’era stata così tanta rigidità. Ad ogni modo una categoria di sanremesi che invece deve amare particolarmente questo periodo dell’anno c’è di sicuro, quella dei tassisti. Come salivi su un taxi il prezzo della corsa partiva direttamente da 10 euro e sulle loro teste ho immaginato le nuvolette dei fumetti con dentro scritto “ce ne fossero di Festival ad ogni stagione!”

Ribattezzata da un vecchio amico Vanna Mò si definisce un'adorabile rompicoglioni anche se crede di essere più adorabile che rompicoglioni. Amante del calcio e laziale patologica, il suo grande amore è stato il pappagallino Olimpia, bianco celeste che ripeteva tutto tranne "forza Lazio". Chiacchierona e lunatica, ha le pubbliche relazioni nel dna. Socievole e social, è un segugio del web. Nonostante il curriculum sentimentale horror sogna il grande amore delle commedie rosa che colleziona e attende l’arrivo del suo Mr. Big come in “Sex and the City”. Convinta di essere una ragazzina (guai a chiamarla “signora”!), “frettella” per non dire ansiosa, maniaca della puntualità e della programmazione, il suo motto è “nella vita ho scelto il buon umore!”.

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