Il «mobiliere» dell’amore

    Il rapporto di Totò con le donne

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    Non si può dire che non piacesse alle donne. Anzi, di più: il principe Antonio De Curtis suscitava intense passioni amorose. Eppure, il viso sbilenco per cui veniva riconosciuto come l’inimitabile Totò, il naso «grosso» che, incipriato ad arte, diventava strumento di seduzione in un’esilarante scenetta con Luigi Pavese e Nino Taranto, l’andatura con cui si trasformava agilmente in burattino di latta, non gli conferivano certo una fisionomia da «sciupafemmene». Ciononostante, o meglio «a prescindere», ebbe una burrascosa vita sentimentale, costellata di belle e giovanissime soubrette, attrici e ragazze borghesi. «Sono bello, piaciucchio, ho il mio sex appello» avrebbe detto lui. E – a parte qualche riserva sul «bello» – c’è da credergli, visto che i fatti gli diedero ragione. La sua arma vincente non fu il sorriso, come si potrebbe istintivamente supporre.

    Totò con Franca Faldini
    Totò con Franca Faldini

    Diceva di lui Franca Faldini, l’ultima donna che ebbe al suo fianco: «Antonio era un uomo solitario, introverso, di modi cortesi e poche parole. Un uomo triste e molto umano, si portava dietro i ricordi di un’infanzia difficile, da figlio illegittimo e senza mezzi, l’odore del cavolo in mezzo alle scale e l’umido alle pareti di case vecchie, il chiacchiericcio pettegolo delle vicine sul ballatoio stretto e lungo e i giochi con i compagni scugnizzi giù in strada».
    Ciò che tutte le donne gli riconoscevano era la sua nobiltà d’animo. Ave Ninchi, che lavorò con lui, lo ricordava «sempre squisito, soprattutto dolce, gentilissimo. Era un tale signore che si alzava sempre dalla sua sedia anche quando entravano in camerino la sarta e la parrucchiera».
    Fuori dalle scene, insomma, «il principe del sorriso» seduceva per la sua sorprendente umanità e per quell’«à plomb» da gentiluomo galante con cui dispensava fiori e poesie d’amore, nello stesso modo, ad una ballerina o ad una nobildonna.
    Per Totò la bellezza era una Livella: ogni donna che amava diventava una dea. Il suo era un amore cortese fatto d’anima e carne, che gli suggeriva versi di una sensualità dichiarata e innocente: «Tu femmena nun sì, tu sì na fata/ ‘mpastata ‘e latte, purcellana e rrose,/ ‘sta pella è d’alabastro avvellutata… (Perdoname si dico chesti cose)». La fata in questione era Francesca Faldini, «Miss Cheesecake 1951» (letteralmente «ragazza torta di formaggio»). Un titolo che in America premiava la fanciulla dotata di una bellezza dolce e tranquilla, l’opposto della «pin-up». Fu per questo riconoscimento che il periodico «Oggi» ne pubblicò la foto. Totò la vide e ne rimase talmente colpito che decise immediatamente di inviarle dei fiori, chiedendole un appuntamento. Franca, allora ventunenne (tra i due c’erano trentatrè anni di differenza) volle che l’incontro avvenisse in casa di amici. L’impareggiabile attore brigò tanto che alla fine riuscì ad incontrarla. E fu l’inizio di un amore profondo – rattristato dal dolore della morte prematura del figlio Massenzio – che durò quindici anni, fino a quel 15 aprile 1967 in cui Totò lasciò il palcoscenico della vita. Pare che, prima di congedarsi, abbia sussurrato: «T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai». Si amarono nonostante i caratteri e le abitudini totalmente opposti: lui, sedentario e casalingo, lei appassionata di viaggi e sale da ballo, a cui rinunciava per stargli vicino. Probabilmente, a conquistare Totò, fu proprio la totale disponibilità di Franca a modellarsi su di lui. Perché, a dirla tutta, il principe De Curtis chiedeva alle sue amate una sconfinata dedizione. Alla quale, almeno in passato, non sempre aveva fatto corrispondere un eguale impegno personale. Il problema era che la donna è «mobile» e lui si sentiva «mobiliere». I suoi entusiasmi amorosi, soprattutto verso le ballerine, gli fecero mettere a soqquadro camere e camerini.

    Quando nel 1932, sposò Diana Rogliani Serena di Santa Croce, ne era innamoratissimo. Ciononostante, non riuscì a tenere a lungo gli occhi lontani dalle bellezze che gli danzavano accanto. Si erano conosciuti a Firenze. Lei, 16 anni, napoletana in vacanza in Toscana, era andata a teatro a vedere il suo attore preferito, Totò, ed era riuscita a conoscerlo. Si sposarono poco dopo e, anche in questo caso, fu amore a prima vista. Quell’indole impulsiva che rendeva Antonio De Curtis un grande improvvisatore sulle scene, trovava il suo alveo naturale nel colpo di fulmine. «Ll’ammore è comme fosse nu malanno – scrisse in una sua poesia – ca, all’intrasatta, schioppa dint’‘o core/ senza n’avvertimento, senza affanno,/ e te po’ ffa’ murì senza dulore».
    In realtà, a qualcuno il cuore era scoppiato davvero per Antonio. Si chiamava Liliana Castagliola ed era una splendida soubrette, idolatrata da ministri, blasonati e grandi industriali. La fama che l’accompagnava era fatta di duelli, suicidi e patrimoni posti ai suoi piedi. Il giovane attore ne fu conquistato e ne divenne il conquistatore. Tuttavia, presto se ne stancò e Liliana, per il dolore, si tolse la vita, lasciandogli per sempre un enorme rimorso. Al punto che quando, nel 1934, Totò ebbe una figlia dalla moglie Diana, volle darle il suo nome.
    Fu proprio dopo la nascita di Liliana che cominciarono gli scontri e le riappacificazioni tra i coniugi De Curtis che finirono nel 1939 con una sentenza di annullamento del matrimonio. Sebbene separati, si scambiarono la promessa di vivere assieme e non legarsi a nessun altro fino a quando la figlia non si fosse sistemata.

    Totò e Silvana Pampanini
    Totò e Silvana Pampanini

    Per quasi dieci anni mantennero l’impegno. Ma sul set di «47 morto che parla» Totò conobbe Silvana Pampanini e cominciò a farle una corte serrata che finì, ingigantita, su tutti i rotocalchi. Diana sposò per ripicca l’avvocato Tufaroli. Totò rispose «Malafemmena». Per anni la Pampanini rivendicò di essere stata l’ispiratrice della famosa canzone, con i suoi continui rifiuti. Alcuni, invece, sostengono che fu la moglie, con la rottura della promessa fatta. A provarlo, sarebbe uno scritto autografo depositato alla Siae con la dedica «A Diana».

    E forse, riflettendo sulla risposta che diede il principe ad Antonio Ghirelli in una intervista del 1956, c’è da credere a quest’ultima versione: «La soubrette più bella? Tutte quelle che ho avuto, tutte quelle che avrò».

    Come in un filmone americano, sogna di rapinare le banche, ma al momento è costretta a scriverne, dovendo a volte parlarne anche bene. Giornalista multitask oscillante tra economia e moda ed editrice con un’abilità mostruosa nello stanare refusi, ogni giorno intraprende una battaglia con la sua indomabile chioma riconoscibile da Marte. Ribelle come Mafalda, ha tre fissazioni accertate: lo zodiaco, la dieta e le compagnie telefoniche. Ama correre, suo malgrado anche dietro al tempo. La distrazione è il suo piano vincente: pur dando l’impressione di star tra le stelle, risolve complicate vicende con flemmatiche intuizioni. Ha sempre una valigia pronta e un sorriso in più. Per farla diventare una iena basta chiederle di rinunciare alla palestra.

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